Per oltre cinquant’anni, un sondaggio basato su un campione casuale ha posto agli americani una semplice domanda: “Sei felice?”. Fin dall’inizio del sondaggio, nel 1972, il numero delle persone che dichiaravano di essere “molto felici” ha superato ogni anno, in media di venti punti, quello di coloro che dichiaravano di essere “non molto felici”.[1] Fino alla pandemia. Nel 2020, per la prima volta nella storia americana, coloro che erano “non molto felici” hanno superato coloro che erano “molto felici”. Da allora quel divario della felicità si è leggermente ridotto, ma non in modo significativo.
Oggi, gli americani (e più in generale gli occidentali) sono misurabilmente molto meno felici che mai.
Che cosa c’è stato nella pandemia che ha colpito così duramente la felicità? Perché, negli ultimi sei anni, la felicità è sembrata così fuori portata?
Bisogna ammettere che un lettore o un ricercatore attento potrebbe porre e rispondere a questa domanda in cento modi diversi. Ma due dati meritano una seconda considerazione: i livelli di felicità sono diminuiti maggiormente tra gli occidentali più istruiti e tra gli occidentali più ricchi. L’ipotesi della maggior parte di noi è che, se abbiamo un’istruzione, possiamo ottenere un buon lavoro e guadagnare bene. Istruzione e reddito sono forti isolanti dalla sofferenza. Allora, che cosa succede?
Gli economisti attribuiscono l’improvviso calo della felicità nell’élite occidentale al divario di aspirazione, cioè alla distanza tra aspettativa e realtà. Le persone istruite e con un buon reddito dovrebbero essere più felici di quanto in realtà siano, a partire dalla pandemia. Noi che andiamo all’università e abbiamo carriere di successo ci aspettiamo che quelle carriere ci offrano una misura di soddisfazione. Noi che guadagniamo bene o ereditiamo ricchezza dalla generazione precedente ci aspettiamo che il denaro compri davvero la felicità. Siamo convinti che una casa, delle automobili, un fondo pensione e le vacanze ci renderanno felici.
Ma quando è arrivata una crisi, istruzione e ricchezza semplicemente non riescono a mantenere alcuna promessa.
Felicità debole contro felicità forte
È inutile dire che la pandemia ha sconvolto ogni status quo immaginabile. Nulla nella nostra vita è rimasto intatto, comprese l’istruzione, il lavoro e la ricchezza. Gli occidentali che si aspettavano che queste cose li rendessero felici si sono svegliati un giorno di marzo del 2020 davanti alla realtà che non potevano farlo. Sebbene possano isolarci dalla sofferenza, non sono una garanzia contro di essa.
Qui sta la ragione fondamentale per cui la felicità sembra fuori portata: tendiamo a mirare al tipo sbagliato di felicità. La maggior parte degli occidentali mira a una felicità che, senza saperlo, può essere scossa o portata via. Gli occidentali benestanti pensano di trovare la felicità nei sei luoghi seguenti:
- esperienze piacevoli
- autonomia individuale
- realizzazione personale
- beni consumistici
- miglioramento di sé
- relazioni
Tutte le cose sopra elencate sono temporanee o dipendono da circostanze che vanno e vengono. Il piacere non dura. Nessuno è veramente autonomo. L’entusiasmo di una nuova realizzazione personale svanisce. Le cose si rompono. Ci sono sempre altri modi per migliorare se stessi. Nessuna relazione è immune da fratture o dalla morte. La felicità sembra fuori portata perché, quando finalmente afferriamo una delle cose sopra elencate, essa non ci soddisfa nel modo in cui pensavamo. Restiamo desiderosi di altro e ci chiediamo: “Davvero? È tutto qui?”.
La pandemia ha svelato il nostro divario di aspirazione. Nel 2020 ci aspettavamo di essere più felici di quanto fossimo, e questo non è davvero cambiato. I nostri tentativi di raggiungere la felicità attraverso l’istruzione e il reddito non erano solidi come pensavamo. La felicità a cui miravamo si è rivelata fragile.
La verità controintuitiva sulla vera felicità
La felicità autentica non può essere presa di mira direttamente; è il sottoprodotto di qualcos’altro. Ecco come lo dice Gesù: “Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per causa mia, la troverà” (Matt. 16:25). Quando cerchiamo di proteggere la nostra vita o di assicurarci la nostra felicità, le perdiamo. Ma quando invece cerchiamo Gesù, troviamo la vera vita: riceviamo il sottoprodotto della vera felicità.
Gesù, che è il nostro Creatore, dice di essere venuto affinché possiamo avere una vita abbondante in lui (Giov. 10:10). Gesù dice di desiderare che “la mia gioia sia in voi e che la vostra gioia sia completa” (Giov. 15:11). Egli vuole che tu, io e tutti gli uomini abbiamo vite abbondanti, piene di gioia e felici. Ma dice che non otterremo questo cercandolo come fine in se stesso. La felicità viene attraverso una vita vissuta per Gesù e con Gesù.
Vale la pena ripeterlo: Gesù è il nostro Creatore. Noi siamo fatti a sua immagine, imago Dei (Gen. 1:26–27). È dunque ragionevole pensare che, in quanto portatori della sua immagine, possiamo essere resi felici solo da ciò che rende felice Gesù. Egli ci chiama a seguirlo, ad assomigliargli, a vivere come lui ha vissuto. E questo significa sacrificio. Gesù è venuto per servire, non per essere servito (Matt. 20:28).
La verità controintuitiva sulla felicità è che essa è un sottoprodotto del deporre noi stessi. Quando serviamo, quando ci sacrifichiamo, quando ci arrendiamo, è allora che troviamo la vera felicità. Quando camminiamo sulle orme del nostro Salvatore, che ha dato se stesso per noi, troviamo una vita abbondante e piena di gioia: una felicità che non può essere scossa o portata via da una pandemia o da qualunque altra circostanza.
Imparare a essere felici in ogni circostanza
L’apostolo Paolo ci offre un caso di studio su come essere felici, anche di fronte a una grande sofferenza. Prima di arrendersi alla fede in Gesù, Paolo aveva avuto un enorme successo da una prospettiva umana. Disse ai Filippesi: “Se qualcun altro pensa di avere motivo di confidare nella carne, io ne ho di più” (Fil. 3:4). Come fariseo, Paolo era arrivato in cima alla scala, spiritualmente e nella sua vocazione. Riceveva riconoscimenti dalla sua comunità ed era profondamente rispettato. Ma al culmine della carriera di Paolo come fariseo, Gesù, nella sua misericordia, colpì Paolo rendendolo cieco, salvando miracolosamente Paolo da se stesso (Atti 9:1–19), dai suoi peccati atroci e dal danno che commetteva con zelo contro i cristiani.
Fu quando Paolo iniziò a seguire Gesù e a sacrificarsi per la causa di Cristo che scoprì “il segreto dell’essere contento in ogni situazione” (cfr. Fil. 4:12). Dopo essere diventato cristiano, Paolo fu frustato cinque volte, battuto tre volte, lapidato una volta e naufragò in tre occasioni. Soffrì mentre era alla deriva in mare e fu in pericolo a causa di fiumi, briganti, Giudei, Gentili, città, deserto, mare, falsi fratelli, fatica, difficoltà, notti insonni, fame e sete, freddo ed esposizione (2 Cor. 11:24–27). Paolo non minimizza la sua sofferenza. È chiaro che la sua vita al seguito di Gesù era pericolosa.
Ma Paolo conclude: “Ho imparato a essere contento nello stato in cui mi trovo. So essere abbassato e so vivere nell’abbondanza. In ogni cosa e in tutte le circostanze ho imparato il segreto di essere saziato e di avere fame, di essere nell’abbondanza e di essere nel bisogno. Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica” (Fil. 4:11–13).
Paolo dice che il segreto per essere felici in ogni circostanza è conoscere Gesù, seguire Gesù, assomigliare a Gesù. E Gesù dice che noi, perdendo le nostre vite per causa sua, troveremo le nostre vite, e saranno vite abbondanti. Istruzione e ricchezza sono due dei valori più alti della società. Sono due dei luoghi principali a cui ci rivolgiamo per sicurezza, soddisfazione e felicità. Eppure coloro che ne avevano di più hanno trovato meno felicità.
Perché la felicità sembra così fuori portata? Perché la cerchiamo nei luoghi sbagliati. Cerchiamo prima il regno di Gesù. Egli è il nostro Creatore e Salvatore ed è pronto a offrirci la vera ed eterna felicità in lui, che non può essere scossa né portata via. Egli ci renderà davvero molto felici.
Note
[1] Tutti i dati contenuti in questo articolo provengono da: Nick Lichtenberg, “America Got Rich and Got Sad. A Top Economist Says 2020 Broke Something That Hasn’t Healed”, aggiornato il 3 maggio 2026.
Jen Oshman è l’autrice di Why Is It So Hard to Be Happy?




