Troppa sofferenza?
Durante una prova particolarmente dura, puoi quasi contare sul fatto che un altro credente ti dirà: «Ricorda, Dio non ti darà mai più di quanto tu possa sopportare». Di solito questa frase è pronunciata con l’intenzione di confortare, ma spesso ottiene l’effetto opposto. Per una persona già sopraffatta, può suonare come una silenziosa accusa: Se stai facendo così tanta fatica, forse stai fallendo.
Molti cristiani collegano questa affermazione a 1 Corinzi 10:13, dove Paolo scrive:
«Nessuna tentazione vi ha colti che non sia stata umana; ora Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita, affinché la possiate sopportare».
Questa è una promessa straordinaria, ma spesso viene fraintesa. Paolo sta parlando della tentazione, non della sofferenza. Il suo punto è che i credenti non sono mai intrappolati inevitabilmente nel peccato. Dio è fedele nel provvedere una via per sopportare la tentazione senza cedere ad essa.
Ma che dire della sofferenza? Dio permetterà mai che nella nostra vita entri qualcosa di più grande di ciò che possiamo sopportare?
Le parole di Paolo in 2 Corinzi 1:8 rispondono a questa domanda con una sincerità sorprendente:
«Fratelli, non vogliamo infatti che ignoriate l’afflizione che ci colpì in Asia: siamo stati infatti oltremodo aggravati, al di là delle nostre forze, tanto da disperare perfino della vita».
È un’affermazione straordinaria. Paolo non dice che il peso fosse difficile o persino molto pesante. Dice che era al di là delle sue forze. Era sopraffatto fino al punto di disperare della vita stessa. Secondo la sua stessa testimonianza, quella prova era più di quanto egli potesse sopportare.
L’onestà della Scrittura
Prima di trarre delle conclusioni, dobbiamo leggere le parole di Paolo nel loro contesto. In 2 Corinzi, Paolo scrive con una trasparenza insolita. Dopo un breve saluto, apre la lettera con una benedizione, lodando Dio per il conforto ricevuto nelle sue afflizioni. In questa sezione iniziale Paolo non si limita a descrivere la sofferenza: la interpreta. Egli spiega non soltanto ciò che è accaduto, ma anche perché. Questo è importante, perché la Scrittura non addolcisce mai il dolore.
L’onestà di Paolo è una delle prove più evidenti della credibilità della Bibbia. Egli non attenua l’angoscia né nasconde la disperazione. Ci offre invece un linguaggio per quei periodi nei quali la vita sembra insopportabile.
Per chiunque abbia attraversato una profonda sofferenza, questo tipo di sincerità non scoraggia: rassicura.Ci dice che Dio non è scandalizzato dalla nostra debolezza e che la Scrittura lascia spazio al grido di chi è sopraffatto.
Paolo non ci dice esattamente quale fosse la sua «afflizione». Potrebbe essere stata una persecuzione, una malattia o qualche altra prova mortale. I dettagli non vengono forniti, e non sono necessari.
Ciò che conta è il risultato: Paolo fu schiacciato oltre le proprie forze. Il peso era così grande che persino la speranza sembrava scomparire.
Perché Dio lo permetterebbe?
Paolo indica uno degli scopi della sofferenza più intensa:
«Avevamo addirittura pronunciato su di noi la sentenza di morte, affinché non confidassimo in noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti» (2 Cor. 1:9).
Questo è il punto di svolta. La sofferenza di Paolo non era casuale e non era priva di significato. Essa lo spinse ad abbandonare la fiducia in se stesso per dipendere più profondamente da Dio.
Nelle mani di Dio, la sofferenza può smascherare l’illusione di avere il controllo della nostra vita. Può demolire la fiducia che riponiamo nelle nostre forze e insegnarci ad appoggiarci alla misericordia divina. È spesso così che Dio opera. Ci conduce alla fine delle nostre risorse affinché impariamo, più profondamente di prima, che la vita e la forza provengono da lui. E se Dio ha il potere di risuscitare i morti, allora certamente è in grado di sostenerci, confortarci e fortificarci attraverso ogni prova che affrontiamo.
Come appare concretamente questa dipendenza?
Affidarsi a Dio può sembrare un concetto astratto; per questo è utile renderlo concreto. Nel mezzo della sofferenza, dipendere da Dio può significare:
- pregare con sincerità invece che con parole ben confezionate;
- portargli la propria paura, la propria confusione e il proprio esaurimento senza cercare prima di sistemare tutto;
- aggrapparsi a piccole verità quando le emozioni sono instabili, ad esempio: «Dio è vicino», anche quando quella vicinanza non viene percepita.
Può anche significare accettare l’aiuto degli altri invece di isolarsi. A volte la fede consiste semplicemente nel compiere un passo fedele alla volta, quando il futuro appare completamente incerto. Può persino significare cercare un consiglio saggio o un aiuto professionale, invece di cercare di sopportare tutto da soli.
La fiducia e l’angoscia non sono opposti. I Salmi e il libro delle Lamentazioni ci mostrano che la fede può parlare attraverso il dolore. La Scrittura non ci chiede di fingere che tutto vada bene. Ci invita invece a portare il nostro dolore davanti a Dio e a continuare a rivolgerci a lui quando tutto dentro di noi sembra sul punto di spezzarsi.
Dove dovrebbe essere riposta la nostra fiducia?
L’esperienza personale di Paolo produsse una fiducia ancora più profonda in Dio:
«Egli ci ha liberati da un così gran pericolo di morte e ci libererà; in lui abbiamo la speranza che ci libererà ancora» (2 Cor. 1:10).
Paolo ripete per tre volte il linguaggio della liberazione, e questa ripetizione è significativa. Nella Scrittura, la liberazione non si presenta sempre nello stesso modo. Talvolta Dio ci libera dalla sofferenza. Talvolta ci sostiene attraverso la sofferenza. Talvolta la liberazione definitiva arriva più tardi, secondo i suoi tempi e non i nostri. La stessa vita di Paolo riflette tutti e tre questi modelli (cfr. 2 Cor. 12:7–10).
Ciò che rimane costante non è il modo in cui avviene la liberazione, ma la fedeltà di Dio, che sostiene il suo popolo e, alla fine, risuscita i morti. Per dirlo semplicemente: Dio potrebbe permettere che tu affronti più di quanto tu possa sopportare. Ma non permetterà mai più di quanto lui possa sostenere. Dio sarà con noi. Dio ci sosterrà. Dio, alla fine, ci libererà.
Pesi condivisi
Paolo ci ricorda anche che la sofferenza non è destinata a essere portata da soli. Scrive infatti:
«Anche voi coopererete con noi mediante la preghiera, affinché, per il favore concessoci grazie alle preghiere di molti, molti rendano grazie per noi» (2 Cor. 1:11).
Paolo credeva che le preghiere dei credenti di Corinto fossero importanti. Nonostante tutta la loro immaturità e le loro difficoltà, egli li invitò comunque a partecipare insieme a lui. Questo è profondamente incoraggiante. La partecipazione all’opera di Dio non si basa sul nostro merito. Nessuno è qualificato per i propri meriti. Eppure, mediante Cristo, i credenti sono accolti nei propositi di Dio, e la preghiera è uno dei mezzi attraverso cui ciò avviene.
La preghiera è una delle espressioni più chiare della nostra dipendenza da Dio e lega i credenti tra loro come poche altre cose riescono a fare.La sofferenza, quindi, non è soltanto personale: diventa una sofferenza condivisa all’interno del corpo di Cristo. Questo significa lasciare che altri preghino per noi, parlare con sincerità delle nostre lotte e portare i pesi gli uni degli altri in modo pratico e compassionevole. L’isolamento tende ad aggravare la sofferenza. La preghiera e la comunione fraterna aiutano invece a portarla.
Una promessa migliore
La Bibbia non promette che saremo sempre abbastanza forti. Promette qualcosa di migliore: Dio sarà con noi. Dio ci sosterrà. Dio ci libererà definitivamente.
L’esperienza di Paolo lo dimostra chiaramente. Quando raggiunse il limite delle proprie forze, scoprì che la debolezza non era la fine della storia. Fu il luogo in cui imparò ad affidarsi «al Dio che risuscita i morti» (2 Cor. 1:9). Lo stesso vale anche per noi.
Se ti sembra di portare un peso più grande di quello che puoi sopportare, non stai interpretando male la tua situazione. Molto spesso è proprio lì che Dio ci viene incontro: non dopo che abbiamo ripreso il controllo, ma nel momento in cui le nostre risorse si esauriscono. In quel luogo, confidare in Dio non è più una teoria: diventa una necessità. Ed è proprio lì che iniziamo a sperimentare ciò che la Scrittura afferma costantemente: Dio è con noi, ci sostiene e, secondo i suoi tempi e nei suoi modi, ci libererà.
Keith R. Krell è coautore, insieme a Kenneth Berding, del volume God’s Purposes in Our Pain: 10 Ways God Uses Suffering for Our Good.




