Si può servire il Signore da molti anni e scoprire che il cuore fatica ancora a fidarsi di lui. Zaccaria conosce la preghiera, il tempio e le promesse fatte a Israele. Eppure, davanti all’annuncio dell’angelo, la sua attenzione si ferma sulla vecchiaia propria e di Elisabetta: come potrà accadere ciò che ha appena ascoltato?
La sua storia ci riguarda. Anche noi possiamo confessare la fedeltà di Dio e poi vivere come se l’ultima parola appartenesse alle circostanze. Credere alla Parola di Dio diventa difficile quando ciò che vediamo sembra contraddirla.
Quando chiediamo una garanzia oltre la Parola
Zaccaria domanda da che cosa potrà conoscere la verità dell’annuncio. Gabriele gli ricorda chi lo ha mandato: sta davanti a Dio ed è stato inviato a portargli questa buona notizia. Non si tratta di un’impressione personale o di una previsione incerta.
È l’angelo stesso a interpretare la risposta di Zaccaria come incredulità. Per questo non dobbiamo concludere che ogni domanda, ogni esitazione o ogni richiesta di comprensione sia colpevole allo stesso modo. Qui il problema è la resistenza a una parola che Dio ha effettivamente pronunciato e affidato al suo messaggero.
La distinzione conta anche per noi. Fidarsi del Signore non significa chiamare promessa divina ogni nostro desiderio, né accettare senza discernimento le affermazioni religiose degli altri. Significa sottomettere il cuore a ciò che Dio ci ha fatto conoscere nella Scrittura.
Possiamo accorgerci della nostra resistenza quando il perdono di Cristo ci sembra meno decisivo della voce che ci accusa; oppure quando sappiamo di dover chiedere perdono, ma continuiamo ad aspettare una situazione che renda l’ubbidienza meno costosa. In quei momenti abbiamo bisogno di portare al Signore anche il nostro bisogno di controllare tutto.
Una correzione che accompagna la promessa
Zaccaria non potrà parlare fino al compimento dell’annuncio. Il segno è una correzione reale: Dio prende sul serio la sua incredulità. Il sacerdote dovrà attraversare un tempo di silenzio, ascoltare e attendere.
Ma quel silenzio ha un termine, legato proprio alla promessa che Zaccaria ha faticato a credere. Le parole di Dio si compiranno a loro tempo. La correzione non cancella il dono annunciato: mentre Zaccaria tace, Dio continua a operare.
Il testo ci impedisce sia di banalizzare l’incredulità sia di disperare quando la riconosciamo in noi. Il Signore non tratta la nostra resistenza come irrilevante; nello stesso tempo, la sua fedeltà non è fragile quanto la nostra fiducia. Egli sa correggere per richiamarci a sé.
Non possiamo però usare questa vicenda per dichiarare che la malattia o il dolore di qualcuno siano una punizione per i suoi dubbi. In questo caso il significato del segno è spiegato esplicitamente dall’angelo. Noi non possediamo la stessa spiegazione per ogni sofferenza che incontriamo. La chiesa è chiamata ad accompagnare con verità e compassione, senza aggiungere sentenze dove Dio non ha parlato.
Il Signore fa ciò che ha detto
Compiuti i giorni del suo servizio, Zaccaria torna a casa. Dopo quei giorni Elisabetta rimane incinta (Luca 1:24). Il racconto passa dall’annuncio al compimento: l’età avanzata e l’incredulità non hanno fatto fallire la Parola di Dio.
Elisabetta riconosce la mano del Signore. Il suo sguardo si posa sul Dio che l’ha visitata nella sua vergogna. Riceve il dono con gratitudine, sapendo a chi appartiene la gloria.
Anche noi abbiamo bisogno di imparare questa gratitudine. La grazia non è il riconoscimento di una fede sempre impeccabile. Ci raggiunge come persone bisognose, che devono essere perdonate, istruite e ricondotte alla fiducia. Possiamo smettere di nascondere al Signore ciò che egli già vede.
Portare a Cristo la nostra fede fragile
La risposta all’incredulità non consiste nel promettere che non avremo mai più paura. Possiamo pregare con sincerità: Signore, aiutami a credere alla tua Parola proprio dove faccio resistenza. Mostrami il passo di ubbidienza che oggi sto rimandando.
Questa preghiera trova il suo fondamento in Cristo. Dio ha mantenuto la promessa di mandare il Salvatore: Gesù è venuto, ha portato il nostro peccato sulla croce ed è risorto. La nostra speranza poggia sulla sua opera, e per questo possiamo confessare anche una fede debole senza fuggire da lui.
Viviamo ancora nell’attesa del suo ritorno. Non sappiamo quando tutte le nostre domande troveranno risposta, ma sappiamo che Cristo porterà a compimento la sua promessa. Intanto possiamo ascoltare, pregare e camminare con la comunità. Il Signore che ci corregge ci richiama alla Parola sulla quale possiamo davvero riposare.
Riflessione tratta dal sermone «Quando Dio rompe il silenzio», su Luca 1:5–25.




