Dio vede la fedeltà nascosta nel tempo dell’attesa

Dio vede la fedeltà nascosta nel tempo dell’attesa — Luca 1:5–11.

Ci sono attese che occupano una parte della giornata e altre che sembrano occupare tutta la vita. Una preghiera ripetuta per anni, un desiderio rimasto senza risposta, una ferita che gli altri faticano a comprendere. Con il passare del tempo, alla sofferenza può aggiungersi una domanda ancora più dolorosa: Signore ti ricordi di me? Luca ci presenta Zaccaria ed Elisabetta proprio dentro un’attesa così. Israele vive sotto Erode e nella casa di questa coppia anziana pesa l’assenza di un figlio. La storia della salvezza riprende da persone che conoscono la fatica di continuare a sperare.

 

 

Giusti davanti a Dio, eppure nel dolore

Prima di parlare della loro sterilità, Luca precisa che entrambi erano «giusti davanti a Dio» (Luca 1:6). La loro integrità esprime una fede autentica, vissuta nell’ubbidienza. Non erano senza peccato: poco più avanti vedremo l’incredulità di Zaccaria. Eppure appartenevano al Signore e prendevano sul serio la sua Parola.

Subito dopo, leggiamo che non avevano figli ed erano in età avanzata. Luca tiene insieme queste due realtà: la loro fedeltà e il loro dolore. La seconda non cancella la prima. La sterilità di Elisabetta non autorizzava nessuno a concludere che Dio l’avesse respinta.

Anche noi possiamo trasformare le circostanze in un giudizio sul nostro rapporto con Dio. Se tutto procede bene, ci sentiamo accolti; quando qualcosa si spezza, cominciamo a cercare una colpa che spieghi ogni dolore. Oppure pensiamo di dover pregare di più, servire di più, diventare migliori per ottenere finalmente il suo favore.

Questo brano interrompe quel ragionamento. La sofferenza non è, di per sé, la prova dell’assenza di Dio. Possiamo esaminare sinceramente la nostra vita senza attribuire a ogni ferita una condanna che il Signore non ha pronunciato. Zaccaria ed Elisabetta ci impediscono di misurare l’amore di Dio contando ciò che ci manca.

 

 

Una fedeltà che Dio vede

Zaccaria continua a esercitare il suo servizio. Entra nel santuario per offrire l’incenso, mentre il popolo prega all’esterno. La sua vita non è stata risolta in ogni aspetto; eppure egli continua a presentarsi davanti al Signore.

È lì che appare l’angelo. L’iniziativa appartiene a Dio. Il servizio di Zaccaria non è una tecnica per provocare il miracolo, né una prestazione che rende Dio suo debitore. Il Signore vede una vita che agli occhi del mondo potrebbe sembrare marginale, e la coinvolge nel compimento delle sue promesse.

Questo dà dignità anche alla fedeltà nascosta: alla preghiera che riesci appena a formulare, alla cura di una persona fragile, al servizio svolto senza riconoscimento. Non devi rendere spettacolare la tua vita perché Dio si accorga di te. Puoi continuare a camminare davanti a lui, anche quando non sai spiegare ciò che stai attraversando.

Come chiesa, siamo chiamati a custodire questa verità anche nel modo in cui ci accompagniamo. Chi attende non ha bisogno di sentirsi dire che, se credesse abbastanza, tutto si risolverebbe. Ha bisogno di essere ascoltato, sostenuto nella preghiera e aiutato a rimanere vicino alla Parola, senza vergognarsi delle proprie lacrime.

 

 

Attendere guardando a Cristo

La nascita che verrà annunciata a Zaccaria appartiene a un momento preciso della storia della redenzione. Non possiamo trasformarla nella promessa che ogni coppia avrà un figlio o che ogni desiderio troverà il compimento sperato. Sarebbe aggiungere al dolore il peso di una promessa che Dio non ci ha fatto.

La certezza offerta dal racconto è più profonda: Dio non ha dimenticato il suo popolo e sta preparando la venuta del Salvatore. Giovanni aprirà la strada a Gesù. In Cristo, Dio entrerà nella nostra sofferenza, porterà il peccato sulla croce e vincerà la morte.

Per questo possiamo aspettare senza chiamare abbandono ogni attesa. Non conosciamo il calendario delle risposte alle nostre singole richieste. Conosciamo però il Signore che è venuto per salvarci e che ha promesso di tornare. La nostra fedeltà nel tempo dell’attesa è sostenuta dalla sua fedeltà, che precede la nostra stanchezza e non viene meno quando siamo deboli.

Oggi puoi portargli il bisogno che ancora pesa. Puoi chiedere aiuto alla tua comunità. E puoi compiere il prossimo passo di ubbidienza, sapendo che il suo sguardo non ti ha perduto.

Riflessione tratta dal sermone «Quando Dio rompe il silenzio», su Luca 1:5–25.

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