La gratitudine non dovrebbe essere il motivo per cui obbediamo a Dio

Illustrazione sulla gratitudine: uomo con fiori sulle spalle lungo un sentiero roccioso

Che cos’è la gratitudine?

Come la maggior parte delle cose preziose, la gratitudine è vulnerabile. Dimentichiamo facilmente che la gratitudine esiste perché a volte riceviamo delle cose gratis, senza prezzo né pagamento. Quando ciò accade, dovremmo provare una piacevole percezione del valore di ciò che abbiamo ricevuto e della benevolenza che vi sta dietro. Questa piacevole percezione è ciò che chiamiamo gratitudine. Poi, da essa scaturiscono spontaneamente espressioni di gioia.

Ci sentiamo gioiosamente spinti a riconoscere il dono e la benevolenza che vi sta dietro, e a esprimere quanto ci facciano stare bene il dono e il cuore del donatore.

La gratitudine corrisponde alla grazia, a ciò che è gratis. Questo vale anche quando siamo grati per qualcosa che abbiamo pagato. Ci rendiamo conto che ciò che abbiamo comprato avrebbe potuto deluderci, pur avendo avuto abbastanza denaro per acquistarlo.

Avrebbe potuto non essere in condizioni così buone; oppure non essere esattamente ciò che desideravamo; oppure qualcuno avrebbe potuto comprarlo prima di noi; oppure la transazione avrebbe potuto essere sgradevole; oppure il momento avrebbe potuto essere inadatto all’uso che intendevamo farne; oppure il prezzo avrebbe potuto scendere subito dopo l’acquisto. In altre parole, la gratitudine non è la sensazione di essere stati accorti nel procurarci le cose. È l’emozione che nasce gioiosamente in risposta a qualcosa di gratuito, anche nei nostri acquisti.

 

Il pericolo dell’etica del debitore

Ma proprio a questo punto si nasconde un pericolo. Nel cuore umano decaduto — nel cuore di tutti noi — c’è un impulso a dimenticare che la gratitudine è una risposta spontanea di gioia al ricevere qualcosa che va oltre ciò per cui abbiamo pagato. Quando lo dimentichiamo, la gratitudine comincia a essere usata male e distorta, diventando un impulso a pagare proprio ciò che ci è stato dato gratuitamente. Questo terribile momento segna la nascita dell’“etica del debitore”.

L’etica del debitore dice: “Poiché hai fatto qualcosa di buono per me, mi sento in debito e devo fare qualcosa di buono per te”. Non è questo l’impulso che la gratitudine è stata concepita per produrre. Dio voleva che la gratitudine fosse un’espressione spontanea del piacere suscitato dal dono e dalla benevolenza di un altro. Non voleva che fosse un impulso a ricambiare favori. Se la gratitudine viene trasformata in un senso di debito, dà origine all’etica del debitore, e l’effetto è quello di annullare la grazia.

Non fraintendetemi. La gratitudine in sé non annulla la grazia. Esulta nella grazia. È stata creata da Dio per fare eco alla grazia. Il solo pensiero che possa essere distorta per servire il male sconvolge alcune persone e le fa ritrarre. Sia chiaro: esalto la gratitudine come una risposta biblica centrale del cuore alla grazia di Dio. La Bibbia comanda la gratitudine verso Dio come uno dei nostri doveri più alti:

Entrate nelle sue porte con ringraziamento,
e nei suoi cortili con lode!
Ringraziatelo; benedite il suo nome! (Salmo 100:4)

Dio dice che la gratitudine lo glorifica: “Chi offre come sacrificio il ringraziamento mi glorifica” (Salmo 50:23). Pur essendo vulnerabile all’abuso nell’etica del debitore, la gratitudine non è colpevole.

Nell’etica del debitore, la vita cristiana viene rappresentata come uno sforzo per ripagare il debito che abbiamo verso Dio. Di solito si ammette che non potremo mai estinguerlo del tutto. Ma la “gratitudine” esige che ci impegniamo a farlo. Le buone opere e gli atti religiosi sono le rate che versiamo per il debito senza fine che abbiamo verso Dio. Questa etica del debitore si trova spesso, forse involontariamente, dietro le parole: “Dovremmo obbedire a Cristo per gratitudine”.

Questo appello alla gratitudine come mezzo per motivare i cristiani è così comune che può risultare sconvolgente quando metto in dubbio che abbia un grande sostegno biblico. Ma riflettete un momento: quanti passi della Bibbia vi vengono in mente nei quali la gratitudine o la riconoscenza siano esplicitamente indicate come il motivo del comportamento morale? Intendo comportamenti come trattare le persone con amore, svolgere i propri affari con integrità e correre dei rischi nell’obbedienza missionaria.

La Bibbia ci dice forse che queste cose devono essere fatte “per gratitudine”, “nella forza della riconoscenza” o “perché dobbiamo così tanto a Gesù”?

Non si tratta di una pignoleria o di una questione marginale; è sorprendente. Se oggi chiedete ai cristiani: “Qual è il motivo biblico dell’obbedienza cristiana?”, moltissimi risponderebbero: “La gratitudine verso Dio”. Eppure questo modo di pensare sembra quasi del tutto assente nella Bibbia. Raramente, se mai lo fa, la Bibbia presenta esplicitamente la gratitudine come l’impulso del comportamento morale o l’ingratitudine come la spiegazione dell’immoralità.

È sbalorditivo, quando ci si sofferma a pensarci. Questo modo così comune di parlare della motivazione dell’obbedienza cristiana è menzionato a malapena nella Bibbia. Questo fatto dovrebbe arrivarci come un pugno nello stomaco: toglie il fiato. È davvero così? Dovrete cercare voi stessi, per esserne completamente sicuri.

La vera gratitudine esulta nelle ricchezze della grazia di Dio mentre guarda indietro ai benefici che ha ricevuto.

La fede nella grazia futura

La fede nella grazia futura è il segreto che impedisce agli impulsi della gratitudine di trasformarsi nell’etica del debitore. La vera gratitudine esulta nelle ricchezze della grazia di Dio mentre guarda indietro ai benefici che ha ricevuto. Facendo tesoro in questo modo della grazia passata, inclina il cuore a confidare nella grazia futura. Potremmo dire che la gratitudine ha un forte desiderio di gustare la gioia di guardare indietro alle effusioni della grazia di Dio.

E poiché Dio accresce la riserva della grazia passata riversando altra grazia mediante la fede, proprio in vista di questo accumularsi la gratitudine dirige i suoi impulsi di gioia verso la fede in questa grazia futura che continua ad arrivare.

Questo è espresso nelle parole del Salmo 116:12–13:

Che cosa renderò al SIGNORE
per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del SIGNORE.

In altre parole, ciò che il salmista renderà al Signore per tanta grazia passata è la richiesta di altra grazia futura. La gratitudine esulta nei benefici passati di Dio e dice alla fede: “Accogli ancora questi benefici per il futuro, affinché la mia felice attività di guardare indietro alla liberazione operata da Dio possa continuare e crescere”.

Il vero fondamento dell’obbedienza

Nel Nuovo Testamento la preminenza della fede nella grazia futura come impulso dell’obbedienza cristiana è ancora più chiara ed esplicita che nell’Antico Testamento.

Per esempio, in Ebrei 11 troviamo i santi dell’Antico Testamento elogiati più e più volte perché la loro obbedienza era motivata dalla fede. “Per fede” Abraamo “ubbidì” (Ebrei 11:8); “per fede” Noè “costruì un’arca” (Ebrei 11:7); “per fede” Mosè “lasciò l’Egitto” (Ebrei 11:27); “mediante la fede” altri “praticarono la giustizia” (Ebrei 11:33). Ma nella Bibbia non troviamo espressioni come “per gratitudine ubbidirono” o “per riconoscenza praticarono la giustizia”.

Inoltre, troviamo che l’obbedienza cristiana è chiamata “opera della fede”, mai “opera della gratitudine” (1 Tessalonicesi 1:3; 2 Tessalonicesi 1:11). Troviamo espressioni come “vivere per fede” (Galati 2:20) e “camminare per fede” (2 Corinzi 5:7), ma mai “vivere per gratitudine” o “camminare per gratitudine”. Troviamo l’espressione “la fede che opera mediante l’amore” (Galati 5:6), ma non “la gratitudine che opera mediante l’amore”. Leggiamo che “lo scopo del nostro incarico è l’amore che viene da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera” (1 Timoteo 1:5), ma non “da una gratitudine sincera”. Leggiamo che “la fede senza le opere è morta” (Giacomo 2:26), ma non che “la gratitudine senza le opere è morta”. E quando Gesù affronta l’esitazione dei discepoli a cercare prima il regno, perché si preoccupavano del cibo e del vestiario, non dice: “O gente di poca gratitudine”; dice: “O gente di poca fede” (Matteo 6:30). La fede nella grazia futura, non la gratitudine, è la fonte di un’obbedienza radicale, disposta a correre rischi e a cercare il regno.

Come ho detto prima, non si tratta di una pignoleria o di una questione marginale; è sorprendente. La gratitudine non viene presentata nella Bibbia come una motivazione di primo piano per la vita cristiana. La gratitudine è una cosa bellissima. Senza di essa non c’è cristianesimo. È al cuore dell’adorazione. Dovrebbe riempire il cuore di ogni credente.

Ma quando si tratta di spiegare le dinamiche spirituali attraverso cui si realizza l’obbedienza cristiana concreta, la Bibbia dice che essa non nasce dalla gratitudine, bensì dallo sguardo della fede, profondamente e interamente orientato al futuro.

Questo articolo è adattato da Future Grace: The Purifying Power of the Promises of God di John Piper.

 

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