Tutto il mondo politico, sociale, culturale e religioso in Italia si sta animando attorno al DDL Zan. Sebbene ci sia già una legge in tutela delle minoranze discriminate, tuttavia questa proposta implementa le categorie minacciate e propone dei provvedimenti in caso di istigazione all’odio o alla violenza. Non a caso il testo di legge è intitolato “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità” https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/356433.pdf. Trovo sensato disciplinare giuridicamente un tema così importante, sia perché non è possibile vedere perpetrata ancora tanta violenza nei confronti di qualunque categoria di persone, sia perché è giusto difendere coloro che soffrono a causa di ingiustizie in quanto minoranze. Ciò nonostante condivido le perplessità dell’Alleanza Evangelica Italiana quando si interroga come sia possibile definire circostanze che escono dal campo della biologia (e quindi dell’oggettività) ed entrano a pieno titolo nel campo della soggettività. Infatti l’Art.1, D del DDL definisce l’identità di genere come l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione. Ecco allora che ci si chiede come si possa definire secondo un riferimento giuridico comprensibile, tutto ciò che è basato su percezioni personali? Da un ambito ben delineato, come quello scientifico, si entra in questioni soggette a sensazioni soggettive (tanto è vero che la storica sigla LGBT, negli ultimi anni si è prestata ad ulteriori aggiunte, come appunto QAI+).

Il DDL è quindi un passo in avanti per ciò che concerne l’attenzione che viene dedicato alle persone a rischio. Ma è anche un problema nella misura in cui si attribuisce il potere di sanzionare coloro che si oppongono alla sua ideologia (che per sua natura si basa su convinzioni e percezioni personali indipendentemente dalle attribuzioni fisiche) e pretende di vedersi riconosciuta nelle istituzioni pubbliche, comprese le scuole, proprio come se fosse un dato di fatto assoluto (Art. 7,3 “In occasione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia sono organizzate cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile per la realizzazione delle finalità di cui al comma 1. Le scuole, nel rispetto del piano triennale dell’offerta formativa […] , e del patto educativo di corresponsabilità, nonché le altre amministrazioni pubbliche, provvedono alle attività di cui al precedente periodo compatibilmente con le risorse disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”). L’architettura di questo disegno di legge si basa quindi su un terreno sdrucciolevole perché è strutturato su categorie e percezioni passibili a transitorietà e fluidità.

  Come orientarsi in questo scenario? Innanzitutto bisogna evitare di strumentalizzare, banalizzare o argomentare in maniera inadeguata un argomento che merita attenzione. Occorre da un lato evitare l’affermazione di una verità “dura e pura” che alza barricate poco edificanti e dall’altra parte evitare la tendenza ad abbandonare le verità espresse nella Bibbia (vedi ad esempio il documento di sintesi dell’Assemblea-Sinodo Valdese e Battista UCEBI https://www.ucebi.it/images/teologia/Per-una-chiesa-inclusiva.pdf) in nome di un inclusivismo poco rispettoso dei dati biblici. E’ vero che tra verità e amore si può generare una certa tensione, ma la Parola ci aiuta a superare il problema dell’esistenza e della convivenza umana considerando la questione dalla sua dimensione universale.   Una visione universale del problema La partenza del ragionamento si colloca nella cornice della ribellione del primo uomo e della prima donna. Ribellione che ha portato un decadimento totale a tutto il genere umano venuto dopo di loro. Da lì in avanti ogni dimensione dell’esistenza umana ha contratto un cancro inguaribile. Ogni azione, pensiero e desiderio umano è divenuto soggetto a una stortura cronica manifestata non solo nel rapporto verso Dio, ma anche verso il prossimo, verso sé stessi e verso il mondo in cui si è posti. Ciascuna di queste sfere dell’esistenza sono dunque problematiche. Questo è un invito a ridimensionare profondamente l’ottimismo che comunemente si serba per il genere umano perché più che un’umanità brillante e perfetta, sembra più un’umanità soggetta a una profonda problematicità. Infatti se non si è grado di compiere scelte giuste riguardo a ogni sfera dell’esistenza, figuriamoci se siamo in grado di farlo sui temi gender. Pensiamo davvero di poter dare ragione della nostra esistenza e della nostra identità, qualunque esse siano, senza tenere conto che siamo come un turno di guardia di notte, un sogno o un filo d’erba che alla mattina cresce ma alla sera è falciato e inaridisce (Salmo 90)? Siamo Polvere. Nient’altro che polvere. La nostra esistenza cessa non per volontà nostra, non abbiamo alcun potere né sulla vita né sulla morte, siamo impotenti rispetto allo scorrere del tempo, profondamente limitati in senso biologico e fisico, compromessi moralmente e spiritualmente, ribelli, stolti, provochiamo disprezzo nella gente. Questi siamo noi secondo la Bibbia. Esistiamo in un dramma chiamato vita. Siamo fragili, transitori, ciechi al bene, evanescenti, senza sostanza, spensierati, superficiali e sordi ai richiami della giustizia, dimentichevoli rispetto alla storia che ci ha preceduti. Anche da giovani non si ha tregua dalle preoccupazioni, dalla stanchezza, dai dolori, dalle paure e pure dalle malattie. La vita è un susseguirsi di tormenti e, quando viviamo tanto, non duriamo più di un turno di guardia di notte. Siamo un quadro impietoso di natura morta, che Mosè, in questo Salmo, descrive per farci sentire la necessità di trovare in qualcun altro le risposte alla nostra esistenza travagliata. Ecco perché Paolo, nel suo famoso elenco delle attività sessuali improprie in Romani 1, prima di esprimere la sua condanna, premette anzitutto che L’ira di Dio si rivela dal cielo contro OGNI empietà e ingiustizia degli uomini. Il punto di Paolo evidenzia la sua visione di un problema universale! La questione del peccato è dunque è un problema che tocca tutti gli uomini e dunque merita tutta la nostra attenzione!   La risposta al problema Se dunque il male è così radicato e diffuso, che neppure il cristiano della miglior specie ne è esente (per non parlare del male che fa il suo ingresso nella vita delle persone senza che esse lo abbiano provocato come ad esempio le malattie, i terremoti, i cataclismi naturali ecc.), capiamo perché Paolo, poco più avanti (al cap.8), definisce tutto ciò una creazione che geme ed è in travaglio (Romani 8:22). Ogni uomo è sottoposto a un travaglio con cui è difficile convivere:

Perciò, O UOMO, CHIUNQUE TU SIA che giudichi, SEI INESCUSABILE; perché nel giudicare gli altri condanni te stesso; infatti tu che giudichi, fai le stesse cose. (Romani 2:1)

Che dire dunque? Noi siamo forse superiori? No affatto! Perché abbiamo già dimostrato che TUTTI, Giudei e Greci, SONO SOTTOPOSTI AL PECCATO, com’è scritto: «NON C’E’ NESSUN GIUSTO, NEPPURE UNO. Non c’è NESSUNO che capisca, non c’è NESSUNO che cerchi Dio. TUTTI si sono sviati, TUTTI quanti si sono corrotti. Non c’è NESSUNO che pratichi la bontà, no, NEPPURE UNO». «La loro gola è un sepolcro aperto; con le loro lingue hanno tramato frode». «Sotto le loro labbra c’è un veleno di serpenti». «La loro bocca è piena di maledizione e di amarezza». «I loro piedi sono veloci a spargere il sangue. Rovina e calamità sono sul loro cammino 17 e non conoscono la via della pace». «Non c’è timor di Dio davanti ai loro occhi». (Romani 3:9-18)

TUTTI HANNO PECCATO e sono privi della gloria di Dio (Romani 3:23)

Il pensiero di Paolo è dunque chiaro: OGNI uomo deve fare i conti con Dio e deve dare ragione del suo disprezzo della bontà di Lui, della sua pazienza e della sua costanza (Romani 2:4).

E Paolo, per prevenire qualunque forma di presunzione, non a caso, al cap.4, cita l’esempio paradossale della vita di Davide che, nonostante fosse israelita, destinatario della rivelazione speciale di Dio, appartenente alla tribù prescelta di Giuda, progenitore di Gesù, si distinse per aver compiuto delle atrocità e dei delitti orribili (Romani 4:6-8):

Così pure Davide proclama la beatitudine dell’uomo al quale Dio mette in conto la giustizia senza opere, dicendo: «Beati quelli le cui iniquità sono perdonate e i cui peccati sono coperti. Beato l’uomo al quale il Signore non addebita affatto il peccato».

E’ in questa cornice di totale e universale problematicità, che Dio pone in essere il suo aiuto. Paolo lo evidenzia chiaramente in Romani 5. L’unica speranza di vedere i nostri passi orientati verso una vita e una vera libertà sta nella fede nella persona e nell’opera di Gesù Cristo (Romani 6:4-11):

Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita. Perché se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua. Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato e noi non serviamo più al peccato; infatti colui che è morto è libero dal peccato. Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui, sapendo che Cristo, risuscitato dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Poiché il suo morire fu un morire al peccato, una volta per sempre; ma il suo vivere è un vivere a Dio. Così anche voi fate conto di essere morti al peccato, ma viventi a Dio, in Cristo Gesù.

La visione di Paolo riguardo al problema del peccato non è focalizzata solo sull’orientamento sessuale e/o alle attività sessuali che questo implica. E’ prima di tutto un problema di portata universale, diffuso, profondo, che necessita di una soluzione adeguata. Solo una visione di questo tipo, bilanciata dalle verità bibliche di peccato umano e grazia di Dio, ci restituisce la gioia di vivere, appartenere e camminare in virtù dell’amore generoso che Dio ha manifestato verso di noi.

Purtroppo una proposta di legge non potrà mai essere una risposta definitiva al problema dell’identità, dell’esistenza e della convivenza civica tra le persone. Ecco perché dobbiamo fare nostre le parole di Paolo di prendere coscienza della gravità del male e del peccato in tutte le sue estensioni (anche quelle che attribuiamo sacrosante come quelle personali). A valutarlo innanzitutto nella sua radicalità e solo dopo a trattarlo nei suoi casi specifici, forti del fatto che la grazia di Dio non lascia nessuna donna e nessun uomo, che hanno fede in Lui, nel loro stato di insignificanza!

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